a cera persa

la poesia è come la luna, che fa muovere gli orti, il mosto, le maree. la poesia è il fermento che porta sempre a noi.

il mestolo

ero impaziente
e mi davo da fare
per il mestolo rotto
da comprare
tra il vasto assortimento
nei cataloghi
di amazon

sono decisa
non voglio restare senza mestolo
senza manico lungo per recipienti alti
dai quali asportare
vaste capienze
di brodo bollente
per il risotto

l’offerta è accattivante
mi rifaccio
lo compro per il liquido
un altro per il comando
così ho il mestolo in mano
tu hai i pantaloni
e ci spieghiamo
quando batti i pugni nelle discussioni
sul sale, sul pepe
sulle ciliegie, sui noccioli da togliere o da lasciare

sei sempre di fretta
con la cinghia un po’ stretta
io nel manico ho il gancio per agganciarti e tenerti
lontano dall’errore che commetteresti sulle fonti di calore

è singolare
tutto questo trambusto
tu vuoi il forchettone
io tolgo il grembiale

poi mi metto il pantalone

rincaro la dose
impugno l’arnese
tra i due litiganti
brandisco lo scettro
il mestolo vintage
che fa i tatuaggi all’aria

le stagnature
la storia vera
dei progenitori

le cugine

mi chiamo Arabella e non sono bella
così passo dentro ogni mattina
dalla parrucchiera
anche lo specchio lo sa:
“non sei bella isabella. tua cugina, Rosa
è di gran lunga più bella di te”

mi chiamo Rosa e sono bella
non è una balla. tutti lo possono vedere sul marmo del cimitero
anche il cimitero è bello
con vista sulla valle

mio padre, mia madre abitano nella valle e hanno un giardino
ci passano i giorni a togliere le foglioline morte

lo tengono come un giardino quel giardino

anche il mio ex marito ha un giardino
ho saputo che esibisce in giro una pistola
si esercita sparando ai gambi delle rose

io sono Rosa, tutta così bella
così recisa, sono il suo giardino

Clara

vivo dove la strada finisce, aspettando mio fratello

ogni giorno a pranzo aspetto mio fratello

cuocio il riso nell’acqua e la sera mi tocca buttarlo
lungo e raddoppiato

mi chiamo Clara e qui mi avvolgo di nuvole fino a novembre

potevo partire e morire su un treno diretto a Bordeaux
oppure scoppiare anche prima
mettendo polvere di caffè
nella caldaia della moka

invece sono rimasta ad aspettare mio fratello

così mi hanno ritrovata morta piegata
rattrappita nel letto, per spasmi o per demenza
non è dato sapersi

non so nemmeno
come abbiano fatto a rivestirmi, a contenermi nella cassa
forse con un colpo secco
per raddrizzarmi la schiena, i ginocchi

c’è di buono che ero tutta morta
secca da diversi giorni

mi chiamo Clara. ormai sta scritto qua sopra
dove continuo a dormire rivestita spaccata
con la cuffietta bianca

come nella fotografia

quasi a carnevale
la festa balla
il dolore dei nervi
si fa guardia
cammino medievale
regna sul braccio
non distacca
il corpo dà fuoco alla pelle
secca la cenere in scorza
si bagna e balla
sul filo dei calzini appesi
tanti diversi
a righe ed alberelli
una sorta
di pensiero futuro
una voce bassa
richiama al silenzio

l’area del mio silenzio
esclama una pioggia intirizzita
un cielo ancora chiuso
dal perimetro di un muro
grigio, acceso di geometria

linee accidentali, punti di fuga
come boomerang
contundenti, ciechi
che rivoltano
un random di ferite
non ancora pronte a parlare

non privarmi almeno
di questa bellezza
del vento sotto il vestito
che porta il verde
il canto della cicala, ancora
a settembre

(5 settembre)

forse mi immagini
che stendo la tovaglia
e tiro, e liscio
perché la tovaglia non la stiro

ho stentato a imparare a non stirare
come stento
ad accettare le pieghe
della mia cattedrale

(1 novembre)

l’indovine

(sonetto romanesco con spiccata inflessione lombardo/emiliana – anno 2009)

 

ar giorno d’oggi ner dumilaennove
l’indovine se so’ mortipricate
vedi pe’ la strada e ‘n ogniddove
ma ancor de più su le tivvù private

c’hanno rimedi eccure sempre nove
de’ mali tua so’ esperte ed aggiornate
pe’ bocca de colui che tutto move
te allevieno dicennote cazzate

dopo a la fine de ogni consulenza
non chiedono ‘na somma de denaro
so’ ar monno sol pe’ fa’ beneficienza

ma è pe’ l’unguento e l’amuleto raro
ch’er patrimonio venni d’emergenza
e ‘n c’hai più nulla pe’ corre ar riparo

*

le nuvole che amo sono chiare
non hanno inflessioni di piombo
che il piombo già m’incolla a passi
sempre più fermi sulla mia commedia